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Riflessioni romane e romaniste: occhio all’ennesima porcata “dall’alto”

25 luglio 2011 388 views Nessun Commento

(di Alessio Nardo) Sto sentendo tante, troppe chiacchiere. Ciò non mi piace e non mi fa essere sereno. Come me, qualsiasi tifoso romanista dotato di un minimo di buon senso sarà impegnato a farsi un po’ di domande. Perché questo caos improvviso attorno alla questione societaria? Perché tutto questo allarmismo dopo mesi e settimane di apparente serenità? Da tre giorni, il previsto closing di fine luglio tra Unicredit e il consorzio statunitense capeggiato da Thomas DiBenedetto viene seriamente messo in dubbio da molti organi d’informazione. In realtà, stando all’unica comunicazione ufficiale emessa di recente, dovremmo dormire sonni tranquilli. Roma 2000, la società controllante di AS Roma, ha stabilito la data di chiusura ufficiale delle operazioni (29 luglio) smentendo l’indiscrezione circolata di presunti 17 milioni di passivo in più che avrebbero irrigidito la posizione degli americani. Altro non c’è stato detto. Eppure, dopo qualche ora di riflessione generale, la tarantella è ripartita: non c’è accordo, ci sono frizioni, la chiusura della trattativa è in forte dubbio. Voci che non mi preoccupano ma m’innervosiscono. Provo rabbia unita a tanti sospetti. Ripeto, non è preoccupazione: la trattativa si chiuderà, il closing avverrà (se il 29 luglio o qualche giorno più tardi, poco importa), non posso nemmeno immaginare il contrario.

Tuttavia, non riesco a cogliere il significato di una situazione tanto paradossale. E’ da sette anni che noi romanisti viviamo in equilibrio sul confine del cambiamento: prima i russi, poi Soros, infine Fioranelli. Storie misteriose, il cui finale è stato sempre tenuto nascosto dai diretti interessati. Nessuno ci ha mai fornito spiegazioni convincenti sui perché dei fallimenti di queste trattative. Pazienza, si guarda avanti (senza dimenticare). Da dodici mesi siamo immersi in una realtà limpida: l’addio della famiglia Sensi, divorata dai debiti di Italpetroli, e l’inevitabile approdo di nuovi investitori, con un periodo intermedio targato Unicredit. Dodici lunghissimi e faticosi mesi trascorsi ad osservare l’eterna durata di un processo di vendita snervante. Ancora mi chiedo il perché di tutto questo. Nel resto d’Europa, chi vuole acquistare una società di calcio lo fa in due minuti (vedi Liverpool). Qui in Italia no. O meglio, tale regola vale solo per gli stranieri, contro i quali vi è un accertato ostruzionismo. Se ti chiami Preziosi, Zamparini o De Laurentiis sei sempre ben accetto. Se porti soldi freschi e il passaporto recita Stati Uniti, Russia o Arabia Saudita, la barriera della respinta s’innalza con forza.

Un anno per vendere la Roma. Ma stiamo scherzando? Già questo è inaccettabile. Ancor di più se pensiamo che dopo questo periodo lungo e infernale (sotto tutti i punti di vista), esiste ancora una piccola (per qualcuno ‘grande’) possibilità che l’affare vada in fumo. Il tutto dopo l’accordo stipulato con Italpetroli un anno fa, le offerte non vincolanti prima e vincolanti poi, l’esclusiva data agli americani, i viaggi di Unicredit a Boston e di DiBenedetto a Roma, le firme sui contratti preliminari, le scelte dei nuovi dirigenti e del nuovo organigramma, la rivoluzione nel CDA con addio ufficiale della famiglia Sensi e l’effettivo insediamento con tanto di conferenza stampa congiunta (Unicredit-DiBenedetto) a Trigoria. Dopo tutto questo, si parla di chiusura a rischio? Divento matto. Soprattutto a causa di una stucchevole realtà: l’eterno silenzio delle parti in causa. Stando al comunicato di Roma 2000, è giusto rimanere sereni. Ma al cospetto di certi articoli usciti sabato mattina (uno in particolare sul ‘Manifesto’ che dava ormai per certa la frattura tra le parti in causa), Unicredit sarebbe dovuta intervenire con una pronta smentita a tutela dei tifosi.

Invece no. Silenzio. Mentre un caldo (nemmeno troppo…) week-end estivo si era già trasformato in mini psicodramma per il popolo romanista, appeso a qualche radio nell’attesa perenne di novità, con la presentazione ufficiale di Bojan Krkic retrocessa in ‘decimo’ piano nell’interesse generale. Brividi all’annuncio di Sabatini in conferenza stampa alle 16. Qualcuno ha persino messo in giro presunte voci di dimissioni del ds giallorosso, proprio a causa dell’eventuale spegnimento del sogno americano. Per fortuna, il granitico Walter resta fortemente in sella e prova (a suo modo) a rassicurate la gente. Nel suo volto ho comunque percepito un sentimento d’insicurezza e insofferenza. La storia non mi piace neanche un po’. Stanno arrivando o sono già arrivati a Roma due uomini fidati di James Pallotta per procedere ai necessari incontri con Unicredit, utili (in teoria) a gettare le basi per il definitivo closing di venerdì prossimo. Mercoledì è atteso DiBenedetto, tutto si sta muovendo per una chiusura ‘teoricamente’ logica. Ma qualcuno continua a gettare discredito, a mettere in dubbio il felice esito, a prevedere un futuro drammatico per la Roma.

Spulciando qua e là tra la rassegna stampa giornaliera, mi tocca persino leggere questo: “Se l’affare non si chiude, la banca è pronta ad andare avanti da sola”. Ma vogliamo (ri)scherzare? Come potrebbe Unicredit gettare al vento un anno di lavoro, prendendosi l’onere di una proibitiva gestione sportiva? Dove troverebbe le risorse necessarie per le urgenti ricapitalizzazioni? In che modo controllerebbe una società a quel punto priva (causa ovvie e scontate dimissioni) dei due uomini scelti dal consorzio americano, ovvero Sabatini e Baldini? E la squadra, abbandonata a sé stessa, con che tipo di stimoli e motivazioni andrebbe ad affrontare una lunga stagione agonistica? Pietà. Pietà. Pietà. Il 29 luglio, una settimana più tardi o anche a ferragosto tutto si dovrà chiudere, senza sorprese. E andrà così. Non può esserci soluzione alternativa. Il tifoso romanista merita un rispetto che da troppo tempo gli viene meno. Basta chiacchiere, basta giochi sporchi sulle spalle della gente. Il calcio non sarà l’essenza principale della vita, ma è un gioco diabolico che crea passione e muove le masse. I tifosi, persone sane e oneste, devono esser trattate come meritano. Di giochetti loschi, luridi e disonesti se ne sono fatti fin troppi. Ora basta davvero.

A cosa mi riferisco? Beh, io non dormo in piedi. Non sono nato ieri e non porto l’anello al naso. E’ bene che anche i pochi o i molti che stanno leggendo si sveglino e allarghino le spalle, nel pieno interesse della Roma e della salvaguardia dell’onestà del nostro calcio. Non se ne può più di squallide manovre dall’alto, perché di questo si tratta. Che fine hanno fatto i russi di Kerimov, ad un passo dal comprare la Roma nel 2004 e poi spariti?  Che fine ha fatto Soros, ad un passo dal comprare la Roma nel 2008 e poi sparito? Che ne è stato dei vari Tim Barton, Rezart Taçi, Joe Tacopina, Lorenzo Sanz, Josef Calà, tutti imprenditori stranieri vicinissimi all’acquisto di club italiani e poi dissoltisi nel nulla? Perché un italiano, che si chiami Della Valle o De Laurentiis, impiega venti minuti ad entrare nel ’sistema’, mentre gli stranieri vengono continuamente cacciati a pedate? Perché l’evoluzione delle vicende è sempre la stessa? Perché si va ad un passo dalla conclusione, e poi qualche ‘misterioso’ inghippo fa saltare l’affare? Perché qualcuno sta provando a far scappare anche gli americani di DiBenedetto? Romanisti, aprite gli occhi. Questo prospetto di Roma piace a molti di noi, ma a chi ci vuol male fa venire i brividi. Una società con dei solidi mezzi finanziari, con delle idee, con dei dirigenti storicamente avversi al palazzo (Baldini in primis), libera da qualsiasi ipotetico legame ’sporco’ e forte di un potenziale bacino d’utenza da spavento. Una Roma così fa troppa paura, e stanno cercando di stroncarla sul più bello (nuovamente, come già fatto nel 2004 e nel 2008). Prendersela con gli eventuali compratori in fuga sarebbe la miglior riuscita del giochino malvagio architettato dai soliti misteriosi ‘maghi’. Il limite è colmo, la nostra pazienza al limite. Non possiamo stare fermi e subire l’ennesima porcata. Diamoci una svegliata e facciamoci sentire: ne è del nostro futuro e della credibilità del calcio.

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