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Serie A: Milan e Juventus a braccetto fino alla fine? – Gary Speed: Il male di vivere torna a colpire il mondo del calcio.

28 novembre 2011 1.369 views Nessun Commento

(di Michele Pavese)
A meno di improbabili sorprese, o clamorose rimonte, il destino di questa Serie A pare ormai segnato.
A contendersi il titolo saranno, con ogni probabilità, Juventus e Milan. L’unica alternativa al momento potrebbe essere il Napoli, soprattutto se gli uomini di Mazzarri dovessero infliggere alla Juventus la prima sconfitta stagionale, mentre obiettivamente si fa fatica a credere che Udinese e Lazio possano tenere il passo, così come è impensabile un ritorno dell’Inter stile scorsa stagione, per tutta una serie di ovvi motivi.

Il Milan ammirato nelle ultime 7 partite (cioè dal disastro di Torino in poi) è una macchina praticamente perfetta: interpreta le partite al meglio, con quella carica agonistica e quell’intensità necessarie per mantenersi al top, unite alla qualità dei suoi interpreti decisamente superiore alla media.
Ne ha vinte 6, pareggiando solo a Firenze (ma avrebbe meritato nettamente il successo), segnando la bellezza di 22 reti; una media realizzativa molto vicina a quella di Real, Barcellona, Bayern Monaco e Manchester City, giusto per fare un raffronto con i top club europei. Così ha annullato il gap iniziale dalla testa della classifica, e si è insediato in seconda posizione.
Il Diavolo sta facendo la differenza soprattutto tra le mura amiche: nelle ultime 4 uscite interne, ha realizzato 15 reti, subendone appena 1.
L’impressione è che se la squadra di Allegri non avrà altri cali fisici (come quelli evidenti accusati nel primo scorcio di campionato), o di rendimento (causa impegni europei), lo scudetto rimarrà cucito sulle maglie rossonere anche nella prossima stagione. Il trascinatore è sempre lui, Zlatan Ibrahimovic, che con la doppietta di ieri ha superato quota 100 reti nella massima serie. E con il ritorno al gol di Pato, il Milan ha ritrovato un’altra freccia importante nel suo arco.

Ma in Via Turati devono fare molta attenzione alla Juventus.
Una dopo l’altra, la squadra di Conte sta superando tutte le verifiche a cui viene sottoposta, e sta dimostrando di meritarsi l’attuale posizione di capolista, e tutti gli elogi conseguenti.
Contro la Lazio, che certamente non potrà lottare per lo scudetto, ma che sarà protagonista sino a maggio, i bianconeri hanno dato prova di grande controllo e gestione della gara. Hanno saputo soffrire, hanno superato bene i (pochi) momenti difficili, e tenuto testa alla grande ad una delle compagini più in forma del momento; anche se, a dir il vero, questa Lazio sembra più una squadra da trasferta. Incapace di produrre gioco, non attua un grande possesso palla, si affida più alle ripartenze e alle giocate dei singoli , Klose ed Hernanes su tutti.
Capita così che, quando si tratta di gestire e comandare la partita, i biancocelesti mostrino i loro limiti di personalità, cosa che invece ha da vendere questa Juventus.
E quindi è del tutto inutile continuare a nascondersi: i bianconeri ci credono e vogliono lo scudetto subito, consapevoli di avere finalmente una rosa di livello, ma soprattutto di possedere una grande convinzione e determinazione quando scendono in campo.
A dire il vero, e forse molti storceranno il naso, per me questa Juventus presenta molte analogie con l’Inter Mourinhana.
Innanzitutto dimostra di avere una fame incredibile di vittorie: Conte, con il suo carattere grintoso, è stato bravissimo a trasmettere il piglio giusto ai suoi ragazzi, che giocano sempre al massimo delle proprie potenzialità.
Poi, il modo in cui la Juventus è disposta in campo, è molto simile a quello dell’Inter del “triplete”: i nerazzurri prediligevano la fascia destra per attaccare con Maicon, nella Juve si crea una situazione simile con Lichtsteiner. L’Inter giocava con un playmaker alto, Sneijder, che però in fase di possesso si abbassava moltissimo per dare il via all’azione, la Juve invece ha Pirlo che parte più basso, ma che tende a guadagnare metri nella fase d’attacco. Il ruolo dei due incontristi, Marchisio e Vidal, è molto simile a quello di Thiago Motta e Cambiasso: frangiflutti davanti alla difesa, ma pericoli costanti per gli avversari con i loro inserimenti in area di rigore. I due esterni offensivi, Vucinic e Pepe si sobbarcano lo stesso lavoro che svolgevano Eto’o e Pandev, soprattutto in copertura, dove si sacrificano tantissimo. Per ultimo, Matri, così come Milito, è bravissimo a far salire la squadra, a cercare l’uno contro uno, ad allargarsi e favorire gli inserimenti dei centrocampisti, scambiandosi spesso di posizione proprio con il montenegrino e l’ex-Udinese.
Il 4-3-3 iniziale diventa spesso un 4-5-1, con i tre di centrocampo aggressivi e sempre aiutati dalle due ali, in modo da non trovarsi mai in inferiorità numerica. La vera differenza, perciò, la sta facendo una fase difensiva sin qui solidissima: non a caso, la Juventus ha vinto tutti gli scontri diretti al vertice, concedendo pochissime palle gol. Coprendo perfettamente gli spazi, è anche più facile preservare energie e ripartire in velocità per creare pericoli: proprio le ripartenze sono uno dei pezzi forti, e l’arma più letale di questa Juventus.

Non amo scrivere epitaffi, e in generale ho sempre contestato quella tendenza tipicamente mediatica di spettacolarizzare in maniera eccessiva la morte di un qualsiasi personaggio celebre. Da grande appassionato di calcio inglese degli anni ‘90, mi viene però spontaneo tributare un omaggio a Gary Speed. Lo ricorderemo tutti come un calciatore che non si risparmiava mai, uno di quelli che dava sempre tutto, instancabilmente, lottando dal primo all’ultimo minuto. Ha giocato nel Leeds, nell’Everton, e soprattutto nel Newcastle, collezionando 535 presenze in Premier League (terzo di sempre, il primo nella storia a superare quota 500), e 85 gettoni con la maglia della Nazionale gallese, di cui era attualmente Ct (ed era riuscito subito a cogliere risultati importanti, rilanciando il movimento dopo un periodo di crisi). La sua morte è stata un fulmine a ciel sereno, perchè tutti assicurano che non c’erano nuvole nella vita di Gary. Una tragedia incomprensibile, e immane, che ancora una volta ci consegna la fragilità di un uomo di sport. Non ci è dato sapere cosa passi per la testa di chi, come lui, Enke, Di Bartolomei, decida, ad un certo punto, di farla finita. Gente che dalla vita sembra che abbia avuto tutto, e che si mostra spesso nel lato più inerme, lasciandoci puntualmente un grande senso di vuoto, e tante, troppe domande, a cui nessuno potrà rispondere.

Goodbye Gary, we’ll miss you.

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