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ROMA-BOLOGNA 2-3 – Figuraccia all’Olimpico: i giallorossi tornano sulla terra

17 settembre 2012 1.093 views Nessun Commento

(di Alessio Nardo) Come volevasi dimostrare. Era bene non illudersi dopo il 3-1 di San Siro, personalmente mi vanto di non averlo fatto, ed oggi sono un po’ meno “stordito” rispetto a tanti altri miei fratelli sognatori. E’ evidente, non lo nego: la Roma di Milano, a me per primo, aveva incantato. Gioco fluido, personalità, carattere, gestione sublime del campo, dominio assoluto. Insomma, la prestazione perfetta. Ma Zeman resta Zeman, con tutte le sue contraddizioni e i suoi aspetti paradossali. E la Roma stessa, negli anni, continua a non smarrire l’innata abilità nel farsi male da sola, gettandosi in un burrone quando invece sarebbe il caso di spiccare il volo.

All’Olimpico, contro il Bologna, tutto faceva presagire un’altra giornata di gloria. Lo stadio pieno, la passione, il feeling ritrovato tra gente e squadra. Una piccola poesia, rinforzata dal meraviglioso inizio gara. Il mio timore era quello di assistere ad una partita simile al Roma-Bologna dello scorso anno (29 gennaio): felsinei arroccati dietro, impenetrabili e giallorossi costretti ad uno sterile possesso palla senza sbocchi. E invece, l’avvio romanista è frenetico, quasi violento. Al sesto minuto Totti riceve palla sul centrosinistra, dalla notevole distanza si coordina e calcia fortissimo. Palo, Agliardi è in tuffo, la palla finisce dritta sulla testa di Florenzi che fa gol. Subito sbloccata la partita, quel che serviva. Il Bologna resta lì, un po’ intontito, la Roma è grande. Infierisce, colpisce, va a segno. Con l’uomo più discusso, per giunta: Erik Lamela. Bell’azione personale da sinistra, colpo mancino dal limite dell’area, palo e rete. Due a zero dopo un quarto d’ora, e anche il Coco, al pari dei compagni, ritrova l’intesa perduta con il pubblico, ultimamente assai severo (giustamente) nei suoi confronti.

Parlare di Roma “barcelonistica” è un’esagerazione, sia chiaro. Più che altro, va sottolineata la sicurezza e la personalità dei giocatori in campo. Sereni e padroni dei propri mezzi. Privi di paura, almeno per un tempo. Sul piano del gioco, considerate le potenzialità tecniche di alcuni elementi, si può fare molto meglio. Dietro non c’è sofferenza nei primi 45′: Piris e Balzaretti coprono bene le fasce, Burdisso e Castàn commettono pochi errori al centro. In mediana brilla il solito “mastino di qualità” Florenzi, accanto ad un Tachtsidis lento nei movimenti ma dal piedino ispirato. Pjanic, come spesso gli accade, è diligente palla al piede ma totalmente inconsistente sul piano del ritmo. Davanti bene Totti e Lamela, in difficoltà Destro, forse emozionato al debutto casalingo. Il risultato dice 2-0 all’intervallo e la ripresa, secondo gli auspici di tutti, dovrebbe essere un’allegra scampagnata alla ricerca di un altro gol (o magari due). Atroce illusione.

La stanchezza inizia lentamente ad affiorare e lo si intuisce dal tipo di manovra collettiva e dalle gesta dei singoli. E, infine, in un semplice fatto: la prestazione di Totti, che va di pari passo con i ritmi della squadra. Il Capitano, essendo un giocatore statico (lo era in parte anche da giovane, figuriamoci oggi che ha 36 anni), funziona se i compagni, attorno a lui, effettuano un movimento continuo e costante. Francesco non ha lo spunto individuale che fa la differenza, ha bisogno di ricever palla e distribuirla subito, nel modo giusto. E l’importante, dunque, è che abbia più gente libera da servire, sfruttando così la propria classe immensa (unita ad un’esperienza invidiabile) per scegliere la soluzione migliore. Se Totti cala, è perché cala la squadra. Come nel secondo tempo con il Bologna. Il Capitano lotta ed è l’ultimo a mollare, ma quando è in possesso palla fatica a distribuirla bene, poiché sono in pochi a richiederla nello spazio giusto.

Il calo è generale, ma il Bologna non appare indisioso, almeno sino al maledetto episodio che sblocca mentalmente gli ospiti e manda la Roma nel tunnel del terrore. Gilardino fa gol di testa su traversone di Koné, è finita. Non ancora, ma quasi. Basta meno di un minuto ai felsinei per fare 2-2, stavolta segna Diamanti. La difesa di Zeman fa acqua da tutte le parti, Piris viene bocciato dal boemo che inserisce il giovane Marquinhos (al debutto assoluto in Serie A) dopo aver già schierato Marquinho e Nico Lopez in luogo di Pjanic e Lamela. La Roma avrebbe venti minuti per riappropriarsi del “suo” vantaggio, ma non ne ha più da spendere. La cosa più logica è portarsi a casa un pari che, aldilà dell’amarezza per il doppio vantaggio sprecato, farebbe comunque classifica. E invece, nel finale, si materializza la beffa completa. Su traversone da destra di Garics, Burdisso e Stekelenburg si scontrano, la sfera rotola malvgia e Gilardino, ancora lui, lestissimo, segna il 3-2. E’ uno schiaffo che fa malissimo, soprattutto perché le altre (Juve, Napoli e Lazio) non sbagliano un colpo. E’ un modo come un altro per risvegliarci e capire che di problemi da risolvere ce ne sono ancora parecchi. E che una rondine, mai e poi mai, basterà a far primavera.

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