Home » Calcio Italiano / Calcio Internazionale, Featured

Editoriale: Le responsabilità di Silvio

19 settembre 2012 1.424 views Nessun Commento


(di Michele Pavese)
Zero gol a San Siro, per la terza volta su tre partite totali disputate tra le mura amiche in questo inizio di stagione.
Due sconfitte in campionato, contro una neo-promossa e una squadra non irresistibile, e uno squallido pareggio in Champions, contro i più deboli del girone.
Abbonamenti ai minimi storici, affluenza di pubblico da ottavo di Coppa Italia (che non fossimo in Inghilterra lo sapevamo già, ma trattandosi di Milan…).
Un pubblico che non gradisce, e fischia sonoramente. Il pubblico ha (quasi) sempre ragione. Di sicuro, mai come stavolta. Questo è il pubblico evoluto, che capisce la difficoltà e che si rende conto che le colpe di qualcuno particolarmente in alto sono evidenti.

La totale assenza di idee, di qualità, di gioco, di personalità, di esperienza, di carisma, di COERENZA, sono il sintomo di un’epoca ormai chiusa, l’epoca più vincente del calcio italiano a livello internazionale.
E’ la fine della favola del Milan di Berlusconi, cominciata 26 anni fa. Un finale triste e tempestoso, come accade quasi sempre nel mondo del calcio.

Il disinnamoramento del Presidente non è storia degli ultimi anni, ma parte dalla “discesa in campo” in politica, da quel lontano 1994. Fino ad allora, il Milan aveva vinto 4 scudetti e 3 Coppe dei Campioni nei primi 8 anni. Quello spartiacque invece consegna ai colori rossoneri lo stesso numero di tricolori e due Champions League nelle restanti 18 stagioni. Dati significativi, che comportano una riflessione su quanto la politica abbia sottratto risorse mentali ed economiche al Milan. Da quel momento in poi, Berlusconi ha ficcato il naso negli affari della sua squadra solo per richiamare i suoi allenatori all’ordine quando giocavano in maniera differente dal 4-3-1-2 che tanto ama (che Allegri, guarda caso, non ha MAI abbandonato), o per regalarsi qualche capriccio, spesso sul viale del tramonto (Ronaldinho su tutti).
Berlusconi era il faro, il punto di riferimento. Sempre vicino alla squadra, sempre in prima linea e operativo sul mercato. Il Milan di Sacchi e di Capello ha fatto storia, battuto tutti i record, dato lustro all’Italia sportiva ed impreziosito notevolmente la bacheca di un club che, dopo lo scudetto della “stella”, era entrato in un lungo tunnel buio, culminato con le due retrocessioni in Serie B.

Sarebbe facile, troppo facile, spiegare la crisi attuale del Milan solo con le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva, o con quella di Kakà del 2009. Con l’avvento di magnati e sceicchi che attuano un mercato illegale, alle cui condizioni è impossibile competere. E non si può dare la colpa alla rinuncia a Pirlo, o all’addio simultaneo di tutti i senatori protagonisti del ciclo di Ancelotti. Benchè meno alla scelta di affidare la squadra ad un allenatore che rivela, mese dopo mese, tutta la sua mediocrità, mancanza di personalità e la sua inadeguatezza al ruolo. Un allenatore tutto sommato colpevole “solo” di aver perso lo scorso campionato, ed in parte di non sapere come gestire una pochezza di rosa mai riscontrata negli ultimi 25 anni. Un allenatore che oggi è anche difficile mettere sulla graticola.
Il Milan ha sempre avuto la capacità di rinnovarsi nel corso di questi 5 lustri; ha abbracciato campioni assoluti e li ha lasciati andare quando avevano fatto il loro tempo, rimpiazzandoli degnamente. Adesso, obiettivamente, di quei grandi giocatori rimane solo il ricordo. Ed è piuttosto chiaro che manchi anche la voglia di proseguire sulla strada dei successi che ha contraddistinto l’era berlusconiana.
L’emblema è quella maglia numero 10, un tempo sulle spalle di talenti sopraffini come Gullit, Savicevic, Rui Costa, Boban e Seedorf, oggi affidata a Kevin-Prince Boateng.

La parabola discendente parte da una proprietà stanca e disinteressata, occupata sempre più in faccende strettamente personali avulse dal contesto sportivo (Lodo Mondadori e scandali vari), coadiuvata da yes-men (dirigenti, giornalisti) incapaci di criticare e contestare il padre-padrone, e prosegue con una totale assenza di progettualità, di strategie per il futuro. Finisce, come logico che sia, con l’indebolimento della squadra, con il ridimensionamento degli obiettivi stagionali, con l’oblio.
A noi rimane solo una flebile speranza di rivedere presto la luce e che il divario, già importante, che si sta accumulando dalle altre superpotenze europee (ma anche nei confronti della stessa Juventus), nel frattempo, non aumenti inesorabilmente.

Commenti chiusi.