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ROMA-SAMPDORIA 1-1 – Totti fa 216 ma non basta, l’Olimpico è ancora un tabù

27 settembre 2012 1.464 views Nessun Commento

(di Alessio Nardo) Il segnale c’era. Fine del primo tempo, Roma-Sampdoria 1-0 con gol di Totti. Ho pensato e ripensato, il ricordo di quel 25 aprile 2010 non mi molla. Sì ok, stavolta non c’era Pazzini, neanche Cassano, e nemmeno Maxi Lopez, l’uomo (in teoria) più temibile di questa interessante formazione blucerchiata guidata da Ciro Ferrara, storico nemico giurato di mister Zeman.

Partiamo da qui, dall’antipastino di quel che sarà sabato sera allo Juventus Stadium. Robetta, in confronto. In panchina Ciro, in campo qualcosina di bianconero sparsa qua e là (Estigarribia, Maresca, Gastaldello…). Proprio in previsione della durissima trasferta di Torino, era il caso di sbrigare la pratica Samp con successo, portando a casa tre punti d’oro dopo i tre a tavolino di Cagliari. Era tutto nelle nostre mani, “abbordabile”. E alla Roma, si sa, le cose facili non sono mai piaciute.

Troppo, troppo facile pensare di tornare a vincere all’Olimpico dopo cinque mesi (l’ultima volta con l’Udinese, l’11 aprile, una vita fa…) contro la Sampdoria (imbattuta in campionato), alla vigilia del compleanno del Capitano. Altre squadre, in situazioni del genere, il successo ce l’hanno già incartato alla vigilia. Noi no, perché siamo particolari. Siamo fatti per smentire la legge dei grandi numeri e mantener fede alle tradizioni. E amiamo anche illuderci. Con Totti, come detto, a segno al 35′ (gol numero 216 in Serie A, agganciati Meazza e Altafini). Nel primo tempo Zemanlandia non c’è. Il gioco non esalta, è una via di mezzo tra il “nulla totale” di luisenrichiana memoria e i primi sessantacinque minuti (ottimi) di Roma-Bologna. Qualcosina piace, ma di certo non è la Roma scatenata e vibrante, attesa da tutti in estate. Vista la situazione ci si affida alle giocate individuali, laddove per “giocate” non s’intendono solo i colpi da maestro di centrocampisti e punte (Totti, in tal senso, non tradisce mai) ma anche di difensori e portiere.

E se dietro Castàn raccoglie consensi (prestazione perfetta), Burdisso non fa danni e i terzini combinano quel che possono, a ricoprirsi di fango è Maarten Stekelenburg. Dal nulla, al 63′, regala l’1-1 a Munari, esibendosi in una “pettata” goffa su innocuo traversone dalla destra di Berardi. E’ una condanna, psicologica ancor più che tecnica. Perché a mezzora dalla fine, un gol del genere “stronca” la Roma. Poco importa se manca ancora molto. Per tornare in vantaggio servirebbero tutta una serie di qualità che al momento questa squadra non possiede. Tra esse, anche la fortuna. E ci si mette anche Zeman. L’unico cambio è De Rossi, lasciato inizialmente in panchina, per Tachtsidis. Man mano che i minuti avanzano si notano le difficoltà atletiche di molti elementi, tra i quali Lamela e Marquinho. Servirebbero forze fresche, ma il boemo non opera sostituzioni. La Roma arriva alla fine sostenuta dagli sforzi degli ultimi “eroi” rimasti in piedi. Totti è ammirevole, Balzaretti ci prova senza lucidità, De Rossi (in condizioni fisiche approssimative) cerca di reggere la squadra sul piano della regia, non inventando granché.

L’1-1 finale è l’ennesima delusione di una stagione appena iniziata. Si continua a cavalcare una strada preoccupante. La squadra cambia volti e protagonisti in serie (allenatore compreso) e soffre sempre dei soliti problemi: mancanza di cattiveria, freddezza e continuità di gioco. Il materiale c’è, aldilà di una panchina non straordinaria. Starà a Zeman farlo funzionare. Le partenze a mille soon sempre state una peculiarità delle squadre guidate dal boemo. Questa Roma, di zemaniano, ha francamente poco (il 3-1 di San Siro all’Inter fin qui è un’eccezione). Le cose facili non ci piacciono, dicevamo. Si sa. E allora, meglio cimentarsi nelle difficoltà estreme. Sabato non ci sarà una partita in trasferta, ma una guerra. Il clima allo Juventus Stadium è facilmente immaginabile, nei confronti di Zeman e della Roma tutta. Nell’aria si sente odor di batosta. Con la consapevolezza che stavolta, difficilmente Conte (o Carrera, fate voi) dirà ai suoi di fermarsi dopo il 4-0. Meglio non fasciarsi la testa prima di rompersela. Tempo due giorni, e sapremo. Nell’attesa, un Tanti Auguri Capitano non guasta. Altri trentasei di questi meravigliosi anni.

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