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PALERMO-ROMA 2-0 – Esibizione vergognosa. Così si perde credibilità

30 marzo 2013 891 views Nessun Commento

(di Alessio Nardo) Non ci sono parole per descrivere la prestazione della Roma a Palermo. Inqualificabile, forse è questo il termine giusto. E forse tutto ciò era prevedibile. Perché nella nostra storia, a prescindere da chi siano i giocatori, gli allenatori e i presidenti, certe figuracce sono all’ordine del giorno. O meglio, certi “tradimenti”. E’ bene chiamarli così. Il tifoso fa bene a sentirsi tradito, se ripone fiducia e aspettative in un gruppo che puntualmente fallisce. E lo fa non passando attraverso prove d’orgoglio condite da sfortuna, ma quasi nella piena consapevolezza. Lasciandosi trainare dalla svogliatezza generale. A nove gare dalla fine, con un piazzamento europeo da agganciare, è inaccettabile solo pensare di esibire una prova del genere. Giocatori svagati, lenti, assonnati. Travolti dagli stimoli di un Palermo disastrato ma rivitalizzato (e anche questo è un classico) dalla miracolosa cura giallorossa.

Miccoli e Ilicic, quando vedono Roma, diventano i perfetti sosia di Messi e Cristiano Ronaldo. Letteralmente inarrestabili, facilitati dalla disorganizzazione patetica dei giallorossi. Complimenti (ironici, sia chiaro) ad Andreazzoli, che mi era piaciuto nelle scorse settimane per umiltà e normalità, ma che da qualche tempo si sta lasciando andare al “fenomenismo” tipico dei suoi predecessori (e perché no, dei dirigenti). Scelte scellerate, folli, sbagliate. Troppa gente fuori ruolo, due uomini d’attacco (Lamela e Marquinho) sconfinati sulle fasce e due calciatori di quantità (Perrotta e Florenzi) chiamati ad assistere l’unica punta Totti. Un autentico pastrocchio, reso ancor più evidente dalla mentalità assente di una squadra già pronta al pranzo pasquale. Neanche gli ingressi di Pjanic e Osvaldo nella ripresa hanno cambiato la musica. Tutt’altro. La Roma non ha nemmeno provato a reagire, a recuperare. Ha perso senza lottare, riaccendendo la rabbia di chi aveva riposto (per l’ennesima volta) fiducia in questo collettivo. Pensare al derby, oggi, non ha senso. Vincerlo ci renderebbe felici, è ovvio. Ma sarebbe un episodio isolato, scollegato da una consuetudine sempre più nebulosa e mediocre.

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