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Moratti chi?

17 agosto 2013 1.601 views Nessun Commento

(di Francesco Porciani)
Lo conservo ancora, quel numero di Inter Football Club, marzo/aprile 1995. Il primo piano di Massimo Moratti cinquantenne occupava l’intera copertina, sul viso il sorriso compiaciuto di chi sa di aver finalmente ritrovato l’amore di una vita. Il titolo, “Ritorno a Moratti”, celebrava l’inizio di una seconda era Moratti, anche se, nel cuore di tanti tifosi nerazzurri, la prima, quella di papà Angelo, di Herrera, di Facchetti, non era mai finita. Aveva solo preso una lunga pausa di riflessione.
Iniziai ad acquistare Inter Football Club, anzi “La rivista dell’Inter”, nel 1987, a poco meno di 9 anni. Il mio primo numero, quello di aprile, tremilalire, aveva in copertina un giovane Walter Zenga, con tanti capelli sotto il cappellino d’ordinanza. Era l’Inter di Ernesto Pellegrini, che l’aveva rilevata nel 1984 da Ivanoe Fraizzoli, stanco, diceva, di un calcio che non gli apparteneva più. Pellegrini aveva accompagnato il proprio insediamento con l’acquisto di Kalle Rummenigge, fuoriclasse di caratura mondiale reduce da anni di mirabilie al Bayern Monaco, che a Milano, a causa di tanti infortuni, fece soltanto intravedere lampi di quella classe che il mondo gli riconosceva. Sarebbe, di lì a poco, diventata l’Inter di Trapattoni strappato alla Juventus, di Zenga, Bergomi e Ferri, del carattere di Lothar Matthaus e la classe di Andy Brehme. Lo scudetto dei record avrebbe dovuto rappresentare, secondo Pellegrini, l’inizio di un’era vincente, seguendo il solco aperto dal Milan di Berlusconi e di Sacchi. Lo ossessionava l’idea di un Milan divenuto così vincente e spettacolare dopo essere risorto dalle ceneri lasciate da Giussy Farina, e questo lo portò ad allontanarsi dalla tradizione nerazzurra, fatta di un calcio più classico, all’italiana si diceva un tempo, per avvicinarsi a un’idea di calcio più propositivo e moderno. L’epurazione di tante figure della storia nerazzurra, l’infausta scelta di Orrico, dettata più che dalla convinzione dal desiderio di emulazione, furono solo l’inizio di un lungo e costante declino per le fortune calcistiche del re delle mense. Lo sommersero le critiche, lo salvarono i carabinieri a San Siro, lo seppellirono tante scelte impopolari, che fecero dimenticare, in un lampo, quanto di buono aveva fatto per i colori nerazzurri. Non voleva lasciare, Ernesto Pellegrini, diceva che non avrebbe mai mollato ma avrebbe continuato a combattere. Qualche tempo dopo, tuttavia, nel febbraio 1995, non poté più resistere e, dopo una lunga trattativa, passò la mano a Massimo Moratti. Per gli interisti fu come se la parentesi Fraizzoli/Pellegrini non fosse mai esistita. Quell’attesa, lunga quasi trent’anni, era finalmente terminata e si poteva ricominciare a sognare. Perché Moratti era sinonimo di vittoria e nulla importava che al timone non ci fosse più Angelo ma il figlio Massimo e che non solo il Milan di Berlusconi, ma anche la Juventus del Trap, ancor prima di Marcello Lippi, avessero dato vita a cicli di vittorie. Erano anni che ci pensava, Massimo, spinto dall’orgoglio, dalla voglia di riprendersi ciò che riteneva, a torto o a ragione, fosse affare di famiglia. Tutta la gente interista glielo chiedeva a gran voce ed egli, tolto ogni indugio, si imbarcò in un’avventura che sarebbe durata pressappoco vent’anni. Quante ne abbiamo vissute, accanto al presidente Moratti. Non siamo gente facile, noi interisti, lui lo sa. Non gli abbiamo perdonato nulla, per anni, quando spendeva e spandeva, senza posa ma anche senza criterio, in un tentativo, spesso goffo, di issare le fortune del veliero nerazzurro. Ernesto Pellegrini, nel suo one-man show, si tolse di torno tutte le figure ingombranti che avrebbero potuto oscurarne l’immagine: Sandro Mazzola e Giacinto Facchetti i casi più eclatanti. Massimo no, volle circondarsi di gente fidata, di gente che aveva l’Inter nel sangue, e, per larghi tratti, incappò in una sorta di lunghissima operazione nostalgia. Avevamo fame di vittorie e non era solo il digiuno a renderci voraci ma anche la ricchezza dei banchetti degli altri. Volevamo tutto e subito e non capivamo quanto fosse difficile e quanto soffrisse anche lui a non riuscire a darci ciò che volevamo, ciò che meritavamo. Giggs, Cantona, Romario, quanti nomi abbiamo visto accostati all’Inter sin dal primo giorno. Era lecito sognare, ormai era ufficiale. E Moratti non si risparmiò, anzi. Non importavano le cifre, se c’era anche la più remota possibilità di acquistare un fuoriclasse, l’Inter c’era. E, spesso, lo portava a casa. Ma l’organizzazione, sia tecnica, tattica o societaria, quella era sempre un passo indietro. Arrivava Roberto Carlos, e l’anno successivo lo si regalava, perché, a detta di qualcuno, non difendeva; arrivava Ronaldo, dopo Pelè e Maradona il più grande giocatore della storia del calcio, ma in difesa c’erano West e Colonnese; si cedevano Seedorf in cambio di Coco, Pirlo in cambio di Guly, ne ricordiamo a decine, di incomprensibili follie di mercato. Mancava sempre un soldo per fare una lira. Neppure il 5 maggio, in uno stadio nostro, con un avversario demotivato, eravamo riusciti nell’impresa più grande: sconfiggere noi stessi e i nostri fantasmi. Ci siamo riusciti qualche anno dopo, prendendoci tutto con gli interessi. Ma in cuor nostro lo sappiamo: senza Calciopoli non saremmo mai arrivati al vertice. Certo, il doping, gli arbitri, le schede telefoniche, la sudditanza, tutto vero. Ma quel qualcosa in più tale da rendere l’Inter una superpotenza, quello è sempre mancato. L’amore per la squadra, la passione, l’attaccamento non hanno mai abbandonato il presidente Moratti, che negli anni ha sofferto e gioito quanto e più di noi tifosi. Ma il salto di qualità non è stato mai fatto. Nella stessa epoca in cui il Real Madrid, il Barcellona, il Manchester United hanno dato vita a un impero, l’Inter ha vivacchiato, arricchendo giocatori e procuratori, vincendo sì, ma senza costruire qualcosa che potesse restare nel tempo. Ora – domani o a settembre, poco importa – è giunto il momento di lasciare. Arriverà Erick Thohir, e con lui la voglia di diventare grandi, immensi. Oggi come allora, il tifoso interista sogna. Perché la riconoscenza non è di questo mondo né di questi colori, e siamo già pronti ad immaginare nuove conquiste e vette sempre più alte. Impazienza e curiosità, ma anche scetticismo e incertezza circondano l’arrivo del magnate indonesiano. Ci amerà davvero? Ci porterà in cima al mondo o ci userà come un giocattolo e, come un bambino viziato, ci riporrà presto in angolo, a prender polvere? Dubbi leciti, che in qualcuno suscitano paura e imbarazzo. Ma pochi osano sperare nella permanenza di Massimo Moratti. Del resto possiamo ancora credere in chi ha portato Quaresma, Jonathan, Rocchi, Kuzmanovic? Possiamo ancora sognare con un presidente che ha acquistato Ronaldo e Vieri, Ibrahimovic ed Eto’o ma che ora non è più in grado di comprare un Isla o un Nainggolan qualsiasi? La risposta, anche se fa male, la conosciamo tutti. E’ vero, gliene abbiamo dette (e pensate) di tutti i colori, non solo nero e azzurro. Ma gli abbiamo voluto bene davvero, e gliene vogliamo tuttora. Io voglio ringraziarla adesso, caro Massimo. Perché ho paura che fra qualche giorno, nell’euforia del cambiamento, ci troveremo tutti a guardarci negli occhi e a chiederci “Moratti chi?”.

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