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Amarcord: Macca, una vita in prima pagina.

12 febbraio 2012 3.579 views 56 Commenti

(di Michele Pavese)
Mi sveglio una mattina di un giorno qualsiasi.
Faccio le solite routinarie azioni che fa un qualsiasi ragazzo della mia età una volta che apre gli occhi: mi stiracchio, maledico la sveglia, fisso il soffitto, scendo dal letto, infilo le pantofole ai piedi, vado in bagno, mi do una sciacquata, accendo il pc, mangio una brioche per colazione, apro le imposte della mia camera, mi vesto.
Tornato al pc, un lampo mi attraversa il cervello, proprio come quando, nei cartoni animati, i protagonisti avvertono che stia per accadere qualcosa che sconvolgerà le loro fin lì piatte esistenze.
Allora cerco di focalizzare bene che giorno sia: 11 febbraio, è un sabato, quindi non ho impegni universitari (mi è capitato anche di dimenticare di avere un esame); non ricordo nessun evento particolare, nessuna ricorrenza o compleanno di amici o familiari stretti, e anche se lo avessi rimosso, in questi casi c’è sempre Facebook che viene in soccorso; di sicuro alle 18.00 gioca il Milan, ma in questo caso non è rilevante.
Provo col ricordare se ci sia qualcosa che riguardi i parenti, tra i non presenti sui social network, quelli magari un po’ più anziani, la cui data di nascita spesso mi sfugge. Mi viene in mente che c’è una zia di mio padre, a cui sono particolarmente legato, che festeggia il compleanno a febbraio, nello stesso giorno in cui festeggia uno dei miei idoli sportivi: Lleyton Hewitt. Controllo su Wikipedia, e noto, con sollievo per la mia memoria, che il tennista australiano è nato il 24 di questo mese.
Nello stesso momento in cui la notizia mi rallegra, mi torna in mente che spesso, in passato, ho confuso le date di nascita dei miei sportivi preferiti (tranne quella di Kakà, il 22 aprile: 22, come il numero che ha indossato nel Milan). Così mi precipito a controllare gli ultimi due rimasti: Ian Thorpe e Steve McManaman.
Ian è nato il 13 ottobre. Già facendo un calcolo che a molti potrà sembrare assurdo, vengo alla soluzione: 24 (Hewitt) meno 13 (Thorpe) = 11 (McManaman). Senza bisogno di controllare ulteriormente, la mia mente finalmente si sveglia. Oggi, sabato 11 febbraio, è il giorno in cui il mio più grande mito calcistico compie 40 anni
.
E io lo avevo dimenticato.


La sensazione è la stessa di quella di aver scordato il proprio anniversario di matrimonio: sei appena uscito di casa, stai guidando la macchina per andare a lavoro, e ti rendi conto di aver appena commesso uno di quegli errori che pagherai caro per il resto della tua vita
.
E come quell’uomo distratto che rimedia, una volta tornato a casa, dicendo alla sua amata: “Non l’avevo dimenticato, volevo farti una sorpresa”, porgendole un mazzo di fiori o un semplice regalo, e portandola poi a cena, così io ho cercato di scusarmi con Steve, andando a cercare il miglior video su Youtube sulle sue magie in campo, e condividendolo sulla mia pagina Facebook, accompagnato idealmente da un bigliettino con scritto: “A Steve, senza di cui la mia concezione del mondo del calcio sarebbe stata completamente diversa.”

In effetti, spiegare cosa per me è stato Steve McManaman è impresa alquanto ardua.
Ci sono quei giocatori che conosci a memoria, che hai visto giocare centinaia di volte grazie a Sky o a Mediaset Premium. Su Messi, Cristiano Ronaldo, Ronaldo, Zidane, Figo, o Shevchenko, oramai sappiamo tutto.
Su quei giocatori che hanno dato il meglio di sè negli anni ‘90, infiammando gli stadi con le loro prodezze, ed esprimendo soprattutto una personalità forte, invece, conosciamo ben poco.
McManaman è sicuramente un “fenomeno” da approfondire in più di queste poche righe.
Se i calciatori al giorno d’oggi godono di enormi privilegi, compaiono nelle pubblicità, sui giornali, nelle trasmissioni televisive, devono ringraziare lui e i suoi compagni di squadra, che sono stati i capostipite, tra i calciatori, dell’arte dell’”apparire”, diventando una vera e propria miniera d’oro non tanto per i contratti, quanto per il modo in cui gestivano la propria immagine, un modo faceva gonfiare sensibilmente i loro guadagni.
Come novelli Dorian Gray, o antesignani del modus vivendi dei vari Beckham e Cristiano Ronaldo, gli Spice Boys(così erano chiamati) hanno segnato un’epoca per tutti i calciatori dei loro tempi e di quelli a venire.
McManaman, Redknapp, Fowler, McAteer, James, Ruddock, Babb e Collymore: i ragazzi terribili del Liverpool che riempivano le pagine di gossip per la loro sfrenata vita di eccessi (alcool, belle donne, droga), per il loro edonismo, per il loro essere divi; i ragazzacci che davano scandalo per le loro bravate, spesso additate piuttosto come buffonate.
Su tutte, me ne torna in mente una: al festival di Cheltenham, Fowler e McManaman acquistarono due cavalli, a cui diedero il nome di “Some Horse” e “Another Horse” solo per farsi due risate. Immaginatevi l’imbarazzo dei commentatori nel dire in diretta che “Qualche Cavallo sorpassa un Altro Cavallo”…
L’etichetta di “cattivi” ovviamente li accompagnò per molti anni, ma, come spesso accade, contemporaneamente la loro fama accrebbe considerevolmente, perchè la loro vita sregolata faceva molta leva sui fans.

Ma Steve è stato un campione anche e soprattutto sul terreno di gioco, nonostante la sua carriera sia stata contrassegnata da più bassi che alti, e meno soddisfacente di quanto avrebbe potuto essere, soprattutto in patria.
Con il Liverpool esordisce il 15 dicembre 1990, dopo 2 anni passati nelle giovanili. Il suo primo gol ufficiale lo realizza il 21 agosto 1991 contro il Manchester City. Ad appena 19 anni, sembra già un predestinato.
E in effetti, nei primi tempi, scandali, scherzi e dicerie a parte, Steve mette in mostra tutto il suo repertorio: dribbling, velocità, capacità di usare entrambi i piedi perfettamente, grande visione di gioco, assist al bacio, dinamismo e aggressività fuori dal comune.
Non credo di dire eresie se affermo con assoluta certezza che lui, Giggs e Overmars sono state le 3 più grandi ali pure di centrocampo degli ultimi 20 anni, e forse oltre.
Ma soprattutto, era straordinariamente accattivante, con quei capelli arruffati al vento mentre sfrecciava sulla fascia, che gli valsero il soprannome di Shaggy, e che mi fecero innamorare più di qualsiasi altra cosa.
La prima partita che vidi di McManaman fu nell’esordio dell’Inghilterra all’Europeo di casa del 1996.
Seguii tutte le partite dei Tre Leoni che la Rai trasmise, e ogni partita di più mi convinsi di aver trovato il calciatore che nel mio cuore di dodicenne avrebbe sostituito quello che ormai era solo un ricordo sbiadito, neanche vissuto pienamente: Marco Van Basten.
Quell’Europeo, oltre che per l’eliminazione dell’Italia di Sacchi al primo turno (il rigore che Kopke parò a Zola ancora grida vendetta), è ricordato per la cocente delusione che tutto il popolo inglese subì, sconfitto in semifinale dagli odiati rivali tedeschi ai calci di rigore, con ancora Kopke protagonista nel neutralizzare il tiro di Southgate.
Era un’Inghilterra davvero sontuosa: Gascoigne, Ince, Platt, Shearer, Sheringham, Adams, Pearce. E poi c’era lui, Steve, che a detta di Pelè fu il miglior calciatore della competizione.

Gli elogi ricevuti per quell’esperienza servirono a riabilitarlo agli occhi dei tifosi del Liverpool, che ancora avevano in mente quello che successe qualche mese prima, esattamente l’11 maggio, a Wembley, nella finale di F.A Cup che i Reds persero contro il Manchester United per 1-0Prima del “kick off”, si presentarono sul terreno di gioco, vestiti con abiti Armani color panna, diversi giocatori del Liverpool, tra cui Fowler, McAteer e McManaman stesso. Sorridenti, con bicchieri in mano. E’ chiaro quindi che col senno di poi, in particolare dopo una sconfitta, i tifosi se la dovessero prendere con quei giocatori che avevano avuto un atteggiamento poco serio, che avevano coperto di ridicolo la squadra, che sembrava stessero partecipando ad un party dopo una sfilata di moda. O stessero festeggiando la vittoria in anticipo. In realtà, si venne a scoprire dopo che l’idea di presentarsi in campo con quei vestiti fu di David James, che a quei tempi era testimonial Armani. Gli Spice Boys avevano di nuovo colpito, ma per fortuna gli Europei cancellarono gli strascichi, e ripulirono più di qualche immagine.

In ogni caso, McManaman al Liverpool vince pochissimo: una F.A.Cup nel 1992, in cui viene nominato Man of the Match, e una Carling Cup nel 1995.
Anche in Nazionale, tranne per l’Europeo sopracitato, non lascia il segno. Gioca poco, ai Mondiali del 98 fa prevalentemente da comparsa, a Euro 2000 segna una rete contro il Portogallo, ma l’Inghilterra esce al primo turno.
Così matura l’idea di lasciare Liverpool e l’Inghilterra.
Con il contratto in scadenza a giugno ‘99, avrebbe potuto usufruire dei vantaggi della legge-Bosman, e diventare un free-agent, cercando così la squadra e il contratto migliori.
Si interessa a lui subito il Barcellona, nell’estate del ‘97, ma in seguito si scoprì che fu tutta una manovra per arrivare a Rivaldo (un po’ come il caso Maxi Lopez-Tevez al Milan delle settimane scorse); il Liverpool gli offre il rinnovo contrattuale, che lui rifiuta; dall’Italia, Milan e Juventus inviano osservatori ad Anfield.
Tralascio però tutte le fasi della saga del contratto di McManaman, che sarà la più entusiasmante del secolo, e terrà sospesi milioni di tifosi per quasi 1 anno e mezzo.

Alla fine, nel gennaio del 1999, firma un pre-contratto con il Real Madrid.
Approda nella squadra spagnola, e vince subito: Champions League il primo anno (diventando il primo giocatore inglese ad aver conquistato la Coppa dalle grandi orecchie con una squadra non inglese), abbellita da una splendida rete nel 3-0 finale contro il Valencia (una bicicletta meravigliosa, un gol che rimarrà negli annali della massima competizione europea per club); Liga e Supercoppa di Spagna il secondo anno; un’altra Champions League nella terza stagione, condita da Coppa del Re, Supercoppa Europea e Coppa Intecontinentale; infine, ancora una Liga nell’ultima annata spagnola, quella 2002-03.
La politica dei “galacticos” spodesta Steve dal suo ruolo: vengono acquistati Zidane, Beckham, Ronaldo, Figo. Per lui, gradualmente, diminuiscono le apparizioni in campo,e soprattutto cambia il modo di giocare: si snatura, diventando più un trequartista che un’ala pura, visto che il gioco del Real si andava sviluppando maggiormente per vie centrali, per la presenza di Zidane.

Così decide di ritornare in patria, ma non al Liverpool, dove tutti si sarebbero aspettati, bensì a Manchester, sponda City. Un ottimo inizio, sotto la guida del suo mito Kevin Keegan, poi il lento declino. I tifosi lo deridono: lo chiamano “McMoneyman”, chiaro riferimento alla scelta di lasciare Liverpool per un contratto milionario in Spagna. In più, l’esplosione di Wright-Phillips nel suo ruolo, che lo costringe a cambiare anche qui posizione in campo. Poi, una numerosa serie di infortuni, e il ruolo di chioccia per i giovani talenti del City. Il 20 maggio 2005, alla scadenza del contratto con i Citiziens, Steve McManaman lascia l’attività agonistica.
Esce in punta di piedi, in evidente controtendenza con quello che era stata tutta la sua carriera.
Una carriera, nel bene e nel male, vissuta sempre sotto i riflettori, fatta di giocate straordinarie e imprevedibili colpi di testa.
Un personaggio solare, controverso, con una personalità incredibile, che oggi manca a tutti gli appassionati di questo meraviglioso sport. Soprattutto a me.

Auguri Macca, you’re simply the best!

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