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Caro Presidente

27 febbraio 2012 6.433 views 7 Commenti

(di Francesco Porciani) Caro Presidente, così non va. Chissà quante volte, negli anni, avrà sentito queste parole, in qualche salottino televisivo, in cui giornalisti e giornalai si lanciano stilettate di facciata, per poi condividere sorridenti il cachet. E chissà quanto ha gongolato, quella sera di maggio, pensando che anche Lei, finalmente, ce l’aveva fatta. Ma nel calcio, come nella vita, è sempre tempo di bilanci. Sono passati meno di due anni da allora, eppure sembra passata un’eternità. Nuovi e vecchi errori di gestione, di comunicazione, di pianificazione, e quello che sembrava l’inizio di una nuova era si è rivelato, invece, l’ingloriosa fine di un ciclo. Da pochi giorni Lei ha festeggiato i diciassette anni di presidenza: anni difficili, fatti di delusioni e contestazioni, ma anche di brillanti intuizioni e indescrivibili gioie. Ma la felicità, si sa, è effimera e il calcio, per definizione, non conosce la riconoscenza. Ciò che sta accadendo all’Inter in queste ultime settimane e, più in generale, quanto successo negli ultimi due anni, ha cancellato, con un rapido colpo di spugna, un quinquennio di straordinari successi e ha fatto ripiombare il tifoso nerazzurro, umorale se ce n’è uno, nello sconforto più cupo. Caro presidente, per tanti anni Le è stato rimproverato un uso dissennato delle risorse, in una sfrenata rincorsa verso il successo che non arrivava; la totale assenza di un progetto, che la spingeva a scegliere, ripensare, tentennare, decidere, cambiare, nell’arco di pochi mesi; la mancanza di risultati, che portava i tifosi a sognare d’estate, a disperarsi in autunno, a illudersi a gennaio, ad andare in vacanza a febbraio. Poi, d’improvviso le grandi vittorie. Hanno voglia a buttare fango, i nemici Suoi e della Beneamata. Quegli scudetti, quella Coppa dei Campioni (perché Lei, nel suo intimo, la chiama ancora così, non è vero?), l’Inter li ha vinti sul campo, con la fame, l’abnegazione, la voglia. Non li ha mica inventati Lei Guido Rossi, le schede criptate, la sudditanza. Ma era un’occasione unica non solo per vincere, quanto per costruire. E poi, dopo le prime vittorie, consolidare. Questo le rimprovera oggi il tifoso nerazzurro: il non aver imparato dalle sconfitte e il non aver saputo gestire le vittorie. Lei è innamorato di un altro calcio, caro Presidente, fatto di strette di mano e di sorrisi, di familiarità e di pacche sulle spalle, di pane e salame e contropiede. Non ha senso ricordare che Lei ha ceduto Roberto Carlos dopo un anno e ricoperto d’oro Recoba per un decennio, che ha cambiato più allenatori di Cellino e Zamparini messi insieme, che abbiamo visto pascolare Pedroni e Pistone, Centofanti e Gresko. Quell’Inter non esiste più. Non è più l’Inter che non vince da vent’anni e che Milan e Juventus guardano dall’alto come un cugino di campagna. Non è più l’Inter che strapaga i suoi campioni mercenari per accontentarsi poi di un risicato quarto posto. L’Inter ha vinto e ha vinto tanto. Ma non ha fatto quel salto di qualità così atteso che le avrebbe consentito di competere con continuità ad altissimi livelli. E questa, signor Presidente, è responsabilità Sua. E’ un’Inter monca, che non ha un capo né una coda, fatta di liberi pensatori e franchi tiratori, di clan e controclan, in cui l’organigramma societario è un mistero, un buco nero fatto di inesperti di calcio e sedicenti ex bandiere dal passato nebuloso e dal presente incerto. Il tifoso interista (e chi scrive lo è, senza tema di smentita) Le vuole bene, signor Presidente, come se ne vuole ad un padre. Ma con un papà, anche con un papà generoso, non sono sempre rose e fiori. Quando eravamo piccoli Lei ci ha riempiti di regali, gioie effimere di un giorno che finivano poi, inevitabilmente, accatastate in una montagna di giocattoli subito dimenticati. Ma ora, signor Presidente, siamo cresciuti e, si sa, l’adolescenza è un periodo difficile, fatto di piccole difficoltà che sembrano montagne da scalare, di voglia d’affetto e di ribellione. Non ci basta più Ronaldo, se poi attorno a lui c’è Taribo West; non siamo più disposti ad ascoltare trasmissioni di regime in cui Milan e Juventus sono difese ed esaltate dai più alti vertici societari, mentre l’Inter è rappresentata da ex giocatori dal sicuro pedigree ma dalla grammatica avventurosa; non possiamo più regalare Roberto Carlos, Pirlo e Seedorf per un piatto di lenticchie; non vogliamo più un settore giovanile che cresca Pandev, Martins, Santon e Balotelli per dover poi comprare, a peso d’oro, Ranocchia, Alvarez e Jonathan; non ci accontentiamo più di un centrocampo di onesti pedalatori, in cui Cambiasso non sia il gregario ma la stella; non ne possiamo più di avversari che corrono e di maglie nerazzurre, nemmeno troppo sudate, che vagano sul prato, colte da labirintite. E’ ora di cambiare, signor Presidente. E’ tempo di prendere decisioni importanti, certamente difficili, ma necessarie. Chi non ha più voglia e stimoli deve accomodarsi alla porta, con tutta la nostra stima e la nostra gratitudine. Come avrebbe dovuto fare la sera stessa di Madrid con il Principino Milito e Maicon Douglas. Chi non ama l’Inter non merita l’Inter. Luciano Moggi diceva sempre che la Juventus vendeva i suoi campioni all’apice della carriera, quando dalla loro cessione la società poteva trarre il massimo guadagno. Adriano Galliani, al contrario, ci ricorda ogni giorno che la politica del Milan è di tenere i propri fuoriclasse e, quando possibile, di aggiungerne altri. Faccia una scelta anche Lei, signor Presidente. Si può vendere Ronaldo se c’è già il miglior Vieri; si può vendere Ibrahimovic se, in cambio, arriva Eto’o. Ma se l’Inter non è più in grado di competere con gli altri e di trattenere Balotelli ed Eto’o, allora è il momento di una rivoluzione culturale. E’ il momento di dare un’impronta tattica chiara, che contraddistingua l’Inter per anni e che ne faccia un modello (chi ha detto Guardiola?). E’ il momento di disegnare gerarchie societarie chiare, in cui compaia, per la prima volta, una figura forte, di carisma e di responsabilità, che gestisca gli uomini e il mercato, il campo e le televisioni (chi ha detto Capello?). E’ forse un caso che la squadra sia diventata davvero grande quando Mourinho ha imposto a tutti la propria immagine? Josè era allenatore, direttore sportivo, direttore generale, capo ufficio stampa, responsabile di mercato. E tutto ha funzionato a meraviglia. Non sono un ingrato, signor Presidente. Sono solo un innamorato del calcio e dell’Inter. Come lei. Se non vuol farlo per me, lo faccia per il piccolo Filippo. Non facciamo aspettare vent’anni anche lui.

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